Il complesso architettonico fu costruito all’inizio del Seicento, su modello delle ville romane, dal principe cardinale Maurizio di Savoia. Dopo la sua morte (1657) si susseguirono interventi decorativi per la consorte Ludovica e, a fine secolo, per Anna d’Orleans, moglie di Vittorio Amedeo II duca di Savoia. Appartamenti e giardini furono aggiornati nel 1713 da Filippo Juvarra per Carlo Emanuele III. A metà Settecento si costruirono scuderie e fabbricati di servizio. Nel 1865 Vittorio Emanuele II donò la residenza all’Istituto Nazionale per le Figlie dei Militari Italiani, attivo fino al 1975. Dal 1994 è in consegna alla Soprintendenza per i Beni Storici, Artistici ed Etnoantropologici del Piemonte.
La Consulta, già nel 2002, ha promosso il restauro dell’Asse del Belvedere, contribuendo in modo significativo al recupero globale della dimora sei-settecentesca, con un investimento biennale di oltre un milione di euro. Anche in questo caso, la Consulta ha scelto un intervento mirato per restituire alla città un bene storico-architettonico di grande rilevanza, recuperato dopo anni di abbandono. L'intervento ha compreso il restauro degli apparati decorativi della “Grotta del Re Selvaggio” e il ripristino del Teatro d’Acque, cioè la rimessa in funzione dell’impianto idraulico, con canali, pozzi, cascatelle e zampilli. A completamento il recupero di alberi ed arbusti, siepi e prati; l’esecuzione di pavimentazioni in pietra, ciottoli in terra battuta e laterizio, opere da fabbro per ringhiere e parapetti.
Cristina Mossetti
Il complesso di vigna e giardini fu costruito sulla collina torinese sul modello delle ville romane dal principe cardinale Maurizio di Savoia, figlio del duca Carlo Emanuele I ad inizio Seicento (documentazione al 1615, 1618-1619). Nel 1657 la moglie Lodovica amplia fabbricati e giardini, aggiornando decorazioni ed arredi. Nel 1692 la Vigna passa ad Anna d'Orleans, moglie di Vittorio Amedeo II, che dispone, in quella che ormai sarà chiamata Villa della Regina, importanti interventi. Con la guida di Filippo Juvarra, e poi di Giovanni Pietro Baroni di Tavigliano, si ridefiniscono spazi e rapporti con il giardino, l’arredo e le decorazioni seicentesche (D. Seyter e équipe di P. Somasso) con il coinvolgimento dei grandi artisti all’opera nei cantieri regi della capitale del regno (G.B. Crosato e C. Giaquinto, G. Dallamano). L'unitarieta', mantenuta fin dal progetto iniziale, di vigna, poi villa con i padiglioni aulici, le grotte, i giochi d'acqua nei giardini e nel parco, fu conservata anche con la perdita di funzione e il passaggio nel 1868 all'Istituto per le Figlie dei Militari (ente soppresso nel 1975).
La mancata manutenzione del delicato equilibrio fra costruito e giardini, seguita da graduale abbandono, parziali smembramenti, danni di guerra e interventi impropri, nel Novecento ha compromesso lo straordinario complesso con un degrado prossimo al collasso. I restauri in corso hanno ristabilito una buona situazione conservativa e ripristinato quella stretta connessione del Compendio di Villa della Regina con la Città di Torino, di cui, dall’inizio del Seicento, costituisce il fondale scenografico oltre il Po e ora nuovamente apprezzabile da più punti della città.
Da Vigna sei-settecentesca a Residenza aperta al pubblico
Il complesso di Villa della Regina dal 1994 è in consegna alla Soprintendenza per il Patrimonio Storico Artistico del Piemonte. D’intesa con le Soprintendenze per i Beni Architettonici e per il Paesaggio e Archeologica, dopo un triennio (1994-1997) di ricerche, indagini e interventi conservativi, la Soprintendenza ha redatto il Progetto generale di restauro e riapertura al pubblico (1997) e, sulla base della disponibilità dei finanziamenti, ha avviato i restauri attualmente in corso suddivisi in lotti funzionali con ultimazione nel 2003 e 2005.
La consapevolezza della delicata complessità dell’insieme parco/villa ha indirizzato il progetto partendo dall’analisi del disastroso stato di conservazione di fabbricati, arredi e giardini al momento della consegna, per comprenderne le cause, avviare con gradualità gli interventi per arrestare il degrado e acquisire una conoscenza del complesso che le fonti documentarie ancora stentano a restituire.
Modifiche d’uso, interventi impropri sia edili sia botanici, massicci ripristini nel secondo dopoguerra, la mancanza di una sistematica manutenzione e di un “corretto governo dei giardini” avevano, infatti, determinato una precaria situazione prossima al collasso con cui si è dovuto costantemente fare i conti.
Gli esiti delle ricerche (storiche, bibliografiche e iconografiche) con i dati delle campagne di indagini stratigrafiche, di rilievo e di pronto intervento hanno permesso di definire omogenei criteri storico-conservativi verificati nel continuo confronto in corso d’opera, di individuare funzioni compatibili con la conservazione e uso del Compendio a fine restauro. Si sono così precisate le modalità di apertura al pubblico, per le quali la Soprintendenza ha coinvolto secondo le diverse competenze gli enti locali: il Comune di Torino, per la ricollocazione degli arredi che per legge gli erano stati conferiti nel 1980 e la Provincia di Torino cui spettano con il Comune stesso, gli interventi infrastrutturali (dalle strade, ai parcheggi, ai mezzi pubblici e la loro gestione ai servizi di sottosuolo) indispensabili per la fruizione del complesso.
La Villa, luogo di straordinaria rilevanza storico-artistica, ambientale e paesaggistica, ospiterà attività fra loro compatibili e integrate: una istituzione museale, Museo della residenza (con gli appartamenti regi decorati e arredati visitabili al piano nobile) al centro di Percorsi storici nel giardino e nel parco, con rifunzionalizzazione di parte delle zone agricole; un Centro di documentazione e catalogo, promosso dalla Soprintendenza con la Regione Piemonte e la Provincia di Torino; un Laboratorio storico-didattico legato al giardino.
Fra il 1997 e il 2000 la Soprintendenza ha provveduto, sulla base del Progetto generale, a redigere i progetti esecutivi e a individuare i lotti funzionali che ha sottoposto a enti e istituzioni per poter garantire il totale finanziamento dell’articolato lavoro. La convergenza di finanziamenti pubblici e privati a fianco di quelli ministeriali sul progetto ha, infatti, reso possibile affrontare in modo complessivo il recupero di edifici e decorazioni, giardini e aree boscate e agricole a partire dagli aspetti poco visibili, ma cruciali per la conservazione quali ad esempio, il dissesto ambientale, idrogeologico e di degrado strutturale dei fabbricati.
Dal 2000, infatti, con tempi e lotti di intervento strettamente interrelati ai finanziamenti statali (ordinari e del Lotto 2000-2003), affiancano la Soprintendenza la Compagnia di San Paolo e la Fondazione CRT, la Regione Piemonte, tramite gli Amici dell’arte in Piemonte e la Consulta per la Valorizzazione dei Beni Artistici e Culturali di Torino. Ad eccezione dei fondi messi a disposizione dalla Consulta, tutti i finanziamenti sono gestiti dalla Soprintendenza come stazione appaltante, tramite convenzioni con i diversi enti con procedure di affidamento ai sensi della Legge Merloni 109/94 e aggiornamenti. Dal 2000 sono quindi disponibili i fondi necessari al recupero totale e alla riapertura al pubblico alle due scadenze previste: autunno 2003 e fine 2005.
Il restauro della porzione di Villa della Regina denominata “Asse del Belvedere” si inserisce nell’articolato programma di recupero e riuso funzionale del Compendio e completa il recupero e la rifunzionalizzazione del giardino ad anfiteatro retrostante la Villa, oggetto, fra 1997 e 2000, di diversi interventi di salvaguardia e progettazione con finanziamenti ordinari della Soprintendenza per il Patrimonio Storico Artistico del Piemonte.
Il restauro, approfondendo analisi e interventi preliminari, ha avuto come obiettivi il recupero architettonico dei fabbricati, degli apparati decorativi e scultorei, il restauro e la rimessa in funzione del sistema idraulico delle fontane con il consolidamento statico della galleria sotterranea d’ispezione, in armonia con gli interventi condotti in parallelo sulle altre porzioni della proprietà. L’ intervento ha recuperato lo straordinario “teatro d’acque” costituito da sorgenti, fontane, vasche e peschiere e apparati architettonici e decorativi, arricchiti in momenti successivi da gruppi scultorei, strettamente connessi con gli interventi nella villa.
I lavori si collocano all’interno del programma definito nella prima fase di ricerche di restauro dei giardini all’italiana e del parco (1994-1997) che prevede nell’arco di 5 anni (2000- 2005) il recupero del verde storico e di tutte le parti dei giardini ancora esistenti e documentati nella cartografia storica ottocentesca. Si tratta di un complesso tra i pochi in Piemonte a conservare una integrità tipologica/compositiva risalente in buona parte al XVII secolo e ai coerenti completamenti del XVIII secolo, con aeree boscate e agricole di contorno nella loro estensione quasi originaria. Il recupero del giardino propriamente detto si inserisce nel restauro ambientale e paesaggistico, finalizzato a valorizzare l’immagine scenografica del Complesso, quale prospettiva finale dell’asse storico urbano che congiunge via Po con via Villa della Regina.
Continui approfondimenti sul campo anche in corso d’opera sono stati indispensabili per comprendere le interrelate ragioni del dissesto, ma anche e soprattutto pratiche, materiali, fasi di realizzazione, modalità di funzionamento e manutenzione di fabbricati e infrastrutture, "in primis" il sistema idraulico, per recuperarli o, quando ormai compromessi o cancellati, tenerne conto, come informazione tecnica e storica e come traccia di lavoro.
Il complesso architettonico cosiddetto “Asse del Belvedere” si trova in asse con la Villa e al centro dei giardini “ad anfiteatro” e “dei fiori” nella zona orientale del Compendio Regio, ed è ben visibile oggi, con scorci diversi, da molte parti della città. Vi si accede a monte della villa dalla “corte d’onore” settecentesca, spazio a pianta semicircolare, concluso da un muro di contenimento perimetrale con balaustre e nicchie decorate rivestimenti rustici in pietra calcarea (detta localmente “murso” o anche “pietra sponga”) e statue di varie epoche, ornato da una vasca in marmo scolpito a disegno mistilineo di primo Seicento. Una scalinata conduce alla “Grotta del Re Selvaggio”, al centro del “giardino dei fiori”, delimitato da un ampio muro di contenimento con balaustre e tre sentieri semicircolari e circoncentrici che disegnano il sovrastante “giardino ad anfiteatro”, e collegano i viali laterali alla parte superiore del sistema organizzata con tre terrazzi. Il primo terrazzo sovrasta la “Grotta del Re Selvaggio”, il secondo divide la “cascatella”, con il gruppo scultoreo della Naiade e Pan, dalla vasca del Mascherone e il terzo costituisce il piazzale su cui si erge lo scenografico “Padiglione del Belvedere”. Sull’asse centrale del Belvedere una serie di scale, con disegno e funzioni diverse, consente il collegamento diretto tra le diverse parti della composizione: la serie successiva di scale e di piazzali, che si sviluppa su un dislivello di circa 30 metri, consente di abbracciare prospettive sempre più ampie che, dallo spazio raccolto della “corte d’onore” arrivano, nella parte più alta sovrastante il “Belvedere”, a comprendere sia il profilo urbano della città sia l’esteso profilo dell’arco alpino.
Presente nelle piante e incisioni che ritraggono Villa della Regina, fotografato da J. David per l’Istituto delle Figlie dei militari nella seconda metà dell’Ottocento, l’“Asse del Belvedere ” compare nelle rare pubblicazioni novecentesche gradualmente soverchiato da una vegetazione che ne occulta in gran parte il contesto, con un degrado che, dopo i risarcimenti dei danni dei bombardamenti del 1942, è attestato “dalle riprese zenitali del 1957 e 1978 in tutta la sua estensione". Dal 2000 gli interventi condotti hanno permesso nuovamente di apprezzarne l’impianto scenografico e di iniziare a studiarne i dettagli sia architettonici e impiantistici che decorativi per preparare il restauro che oggi è ormai concluso.
Tracce dei diversi ampliamenti storici conclusi dalla ridefinizione settecentesca, tradizionalmente attribuita all’architetto Baroni di Tavigliano sono gradualmente emerse. Il lavoro di individuazione di sovrapposizioni e rifacimenti, antichi e moderni e il continuo confronto del materiale grafico, fotografico e documentario raccolto, hanno consentito scelte operative omogenee, permettendo i primi chiarimenti cronologici, un recupero della qualità degli apparati decorativi e delle sculture sei e settecentesche, ora in corso di studio, restituendo unitarietà anche cromatica al complesso.
L’ampliamento dei tasselli e le continue e costanti verifiche e riflessioni in corso d’opera hanno messo alla prova un folto gruppo di storici dell’arte, architetti, archeologi, restauratori, ingegneri, strutturisti e impiantisti, chimici, rilevatori e fotografi che insieme alle imprese hanno contribuito, con la discussione e il confronto alla individuazione e valutazione tecnica e storica delle diverse fasi per definire le modalità specifiche di recupero.
L’attenta mappatura degli intonaci con stratigrafie mirate, predisposte dalla direzione con il supporto di Sandra Perugini e affrontate a cura di Daniela Bortot, ha offerto elementi non solo per procedere nell’intervento su intonaci e materiali lapidei, ma anche dati fondamentali per iniziare a comprendere la successione tecnica e storica degli ampliamenti delle strutture seicentesche. Il lavoro di verifica delle decorazioni musive condotta da Alessandro Segimiro nella Grotta del Re Selvaggio ha offerto in parallelo non pochi nuovi elementi di riflessione sulla realizzazione di tali apparati musivi.
I dati, raccolti dal gruppo di lavoro costituito dalla Soprintendenza che supporta tutti i restauri dei giardini, sono ora allo studio: dai rilievi di Giorgio Rolando Perino, con la collaborazione di Stephane Garnero, alle analisi dei materiali lapidei di Paola Marini del Politecnico di Torino, alle indagini documentarie e bibliografiche sulle sculture affidate a Clara Goria e coordinate da Annamaria Bava, alle ricerche e approfondimenti, con continua presenza in cantiere, di Paola Manchinu e Paola Traversi.
I rilievi a disposizione (F. Fontana, R. Lodari, B. Cerrato 1986-1991 e F. Fontana 2000) sono stati aggiornati con l’esecuzione di specifici rilievi stereofotogrammatici del Belvedere, della fontana del Mascherone e della facciata della Grotta del Re Selvaggio e con un rilievo coordinato e completo del sistema idraulico esistente sia originario sia introdotto. Questi rilievi hanno fornito la base per la documentazione e la gestione dell’intervento degli apparati decorativi e per l’ approfondimento dei particolari costruttivi delle differenti fasi.
Fondamentali sono state le verifiche preliminari di stabilità strutturale dei manufatti architettonici, di origine sei-settecentesca, in cui le trasformazioni d’uso avevano causato dissesti e movimenti strutturali rilevabili in particolare nelle gallerie sotterranee d’ispezione. I lavori di scavo archeologico sono stati mirati a individuare non solo pavimentazioni, ma anche sottofondi e impianti sotterranei.
Si è potuta comprendere la modifica rilevante, strutturalmente e funzionalmente, del grande invaso, sottostante la Fontana del Mascherone, promossa dall’Istituto per le Figlie dei Militari nel 1903-1905. Trasformata in una cisterna, la nuova struttura in cemento armato doveva garantire una cospicua riserva idrica (di circa 320 mc di capacità) per le necessità igienico-sanitarie dell’ex-Palazzo del Chiablese, edificio adiacente la villa ora non più esistente, in quel momento utilizzato come collegio.
Il rilievo strutturale eseguito da Paolo Sorrenti con saggi di Cesare Berti ha permesso di valutare nel dettaglio la composizione strutturale della cisterna e della galleria, di evidenziare le fasi evolutive e delle definitive modifiche, compositive e materiali, del dopoguerra (1942- 1953).
Ciò ha consentito di stabilire come operare tecnicamente nell’intervento di consolidamento strutturale e del successivo riuso funzionale degli invasi e delle fontane. Era infatti fondamentale comprendere il funzionamento del sistema impiantistico originario, la consistenza e la tipologia delle modificazioni introdotte nel passato per usufruire delle risorse idriche derivate dalla presenza di sorgenti, a partire dalle nuove esigenze che l’insediamento del collegio determinò dal 1868. Solo così si sono potuti dimensionare gli impianti tecnologici di progetto considerando la soglia di congiunzione e d’uso tra impianti antichi (quasi totalmente in muratura, rilevati e oggi in buona parte recuperati) e impianti tecnologicamente moderni, caratterizzati da automatismi e materiali specifici. L’ intervento ha compreso il restauro e riuso funzionale delle diverse componenti del teatro d’acque.
La sorgente, ancora attiva a semplice captazione di falda, che alimenta il sistema idraulico delle fontane, a iniziare dalla prima fontana detta “del Mascherone” è stata verificata e mantenuta in uso.
La galleria di ispezione a monte del Belvedere e la piccola galleria di accesso sotterranea a sezione ovoidale, con murature laterali e volta in laterizio a vista e i quattro pozzi di ispezione, decantazione e derivazione che alimentano la sottostante cisterna del Mascherone, sono stati consolidati e impermeabilizzati per consentire ancora l’uso dell’acqua proveniente dalla sorgente. Il grande padiglione del Belvedere di complessa architettura, decorata da specchiature in pietra calcarea (murso), con statue e busti e nicchie e coronata da una balaustra, costituisce l’elemento culminante della costruzione prospettica dei giardini e dell’intera proprietà. Pessimo era lo stato di conservazione: mancante di molti intonaci, in gran parte cementizi, è infatti la parte maggiormente interessata dai ripristini strutturali e di rivestimento eseguiti nel corso dell’Otto e Novecento, con massiccio uso di malte cementizie, che hanno accelerato il degrado, innescato da infiltrazioni, attacchi biologici e incuria.
Il cauto lavoro di indagine stratigrafica e di rilievo preliminare al restauro ha permesso di individuare gli interventi di manutenzione e di ritrovare, nelle calotte delle nicchie laterali, ampie zone di intonaci antichi probabilmente originari con velature grigio azzurre, in analogia con quelle individuate con le stratigrafie effettuate nelle altre zone indagate dei giardini. Si è eliminata la vegetazione infestante, rimossa con estrema attenzione e cautela. In tali zone gli intonaci sono pertanto stati scoperti e puliti, consolidati e integrati.
Per restituire unitarietà alla fase settecentesca individuata nei giardini si è deciso di velare a calce con tale tonalità sia i nuovi intonaci, sia quelli cementizi mantenuti, in quanto stesi su porzioni totalmente rifatte con finalità strutturali e quindi non amovibili (in particolare il cornicione e le sue decorazioni). I rivestimenti in pietra calcarea, sono stati restaurati rispettando l’aggrappaggio delle singole parti alla muratura, in gran parte con chiodi ed eliminando, dove possibile, gli interventi di consolidamento cementizi.
La sottostante "Fontana del Mascherone", complesso di opere di origine seicentesca, radicalmente trasformate nel Settecento e definitivamente, tra il 1903 e il 1905, ad opera dell’Istituto Nazionale per le Figlie dei Militari, per consentire di utilizzare l’acqua di sorgente per uso igienico-sanitario è stata oggetto di analogo intervento. L’antica cisterna circolare in muratura, già esistente nel XVII secolo, con muratura perimetrale in laterizio fu trasformata in serbatoio, con demolizione delle antiche volte in muratura, sostituite da una copertura in cemento armato che racchiude un serbatoio di circa 320 mc di capacità. Lo zampillo, sostenuto al tempo da un supporto in marmo di diversa forma oggi perduto, è ancora attivo e riceve acqua dal sovrastante piazzale. Il restauro ha identificato, sulla base dei saggi mirati, le tracce dell’allestimento e delle modifiche della parete di fondo liberando da concrezioni recenti lo straordinario Mascherone centrale scolpito, le due grandi cariatidi e il fondale di mursi contenuti in una architettura in pietra, intonacata al momento della definizione dell’invaso con finitura di intonaco grigia e specchiature in murso. Gli interventi novecenteschi occultavano anche, modificandone totalmente l’uso, la grande conchiglia con putto, emersa durante i lavori. Questa raccoglie l’acqua e la fa cadere a sua volta nella sottostante vasca circolare, dotata di uno sfioratore a sezione circolare che alimenta in successione il gruppo scultoreo della “Naiade con Pan” oltre il piazzale, più in basso. Nella cisterna del Mascherone, a livello dell’intradosso del solaio in travi prefabbricate posato nel 1903/1905, sono ancora visibili le tracce di incastro delle mensole in pietra che sostenevano sedute laterali, a sviluppo perimetrale, che in origine permettevano di sostare all’interno del vano ellittico a lato della fontana stessa e che furono smantellate nell’intervento di primo Novecento.
Il confronto tra la documentazione fotografica reperita e i saggi eseguiti su intonaci e murature ha permesso di valutare l’ampio rifacimento, ormai frammentario e compromesso eseguito negli anni cinquanta del Novecento con intonaci cementizi. Con materiali a calce si sono riproposte le velature grigio azzurre, individuate in frammenti nel cornicione e si è completato l’assetto con specchiature in murso riallestito proprio negli anni cinquanta.
La "Fontana della Naiade e Pan" e la "Cascatella della Naiade", oggetto di diversi interventi di ripristino in parte documentati dalle fotografie raccolte, sono state rifunzionalizzate con un’attenta opera di consolidamento statico per ovviare anche al disassamento longitudinale delle strutture, verso valle, e impermeabilizzate con drenaggio dell’estradosso superiore delle strutture edilizie di supporto.
L’alimentazione di questa fontana avviene esclusivamente con una tubazione diretta proveniente dallo sfioratore di colmo della "Fontana del Mascherone". L’acqua fuoriesce dall’urna retta dalla Naiade e alimenta la cascatella stessa, costituita da una serie progressiva di livelli realizzati in pietra, contenuti da cordoli laterali in pietra e laterizio.
L’ acqua scorre verso una vasca in forma di conchiglia in marmo bianco che, a sua volta, la convoglia nella galleria sotterranea sottostante. Il restauro, che ha permesso di recuperare elementi dell’impianto, ha interessato anche le due scale laterali disposte simmetricamente, ma leggermente divaricate, che collegano i due piazzali intermedi, delimitate oggi nuovamente da larghe siepi di bosso.
La Galleria sotterranea di ispezione, realizzata integralmente in muratura di mattoni, sottostante il tratto che collega la “Grotta del Re Selvaggio” con la base della cisterna del Mascherone è stata oggetto anch’essa di rilievi e consistenti consolidamenti. Anticamente aveva già una funzione di ispezione del sistema che era visibile a terra sino alle base della cisterna e che oggi è ancora utilizzata oltre all’acqua proveniente dalla superiore cascatella della Naiade per alimentare direttamente la “Peschiera del Re Selvaggio”.
La "Peschiera" e la "Grotta del Re Selvaggio" hanno subito un intervento particolarmente complesso. La vasca antistante la grotta è stata riattivata e restaurata nell’invaso e nello zampillo centrale. Ancora oggi è alimentata in modo indipendente dallo scorrere continuo verso il basso delle acque, provenienti dalla sorgente principale, ed è utilizzata, oltre che come vasca ornamentale del Giardino dei Fiori, anche come bacino di riserva per garantire un’adeguata portata indispensabile per il funzionamento del sottostante sistema delle fontane. La grotta, tripartita, che ospita la statua del “Re Selvaggio” e altre due sculture antiche con interventi tardo seicenteschi, è sempre pubblicata nelle poche opere sulla villa.
È uno straordinario esempio di decorazione seicentesca con conchiglie, materiali lapidei di differenti colorazioni e metalli ampiamente integrata e ripristinata nelle pareti, nel corso degli interventi del secondo dopoguerra.
L’ intervento attuale ha comportato l’attenta mappatura di tutti gli intonaci e l’uso dei materiali, distinguendo quelli originali da quelli di ripristino, con il recupero di porzioni di decorazione seicentesca occultate in modo grossolano nel completamento degli anni cinquanta sulle volte e con il recupero di passaggi cromatici e modellati. Sulle pareti invece è stato consolidato, pulito e integrato, il pressoché totale rifacimento mimetico di quell’intervento.
La Vasca linea con zampillo centrale al centro del cortile d’onore era stata oggetto di diversi riallestimenti, con smontaggi, nuovi supporti e aggrappaggi deteriorati. Il bordo perimetrale mistilineo seicentesco in pietra bianca, scolpito con motivi a mascherone è stato liberato da massicci interventi prevalentemente cementizi e ha recuperato gran parte delle sue qualità formali e cromatiche in precedenza mortificate. La vasca, alimentata da una tubazione diretta in metallo proveniente dalla cisterna sottostante la "Fontana del Mascherone", come rilevato anche dalla documentazione d’archivio, aveva uno zampillo centrale non più attivo, ma il recupero funzionale è stato possibile e completo.
L’intervento ha compreso, nel suo complesso, sulla base dei saggi e della notevole documentazione fotografica e storica reperita, il restauro e il completamento corretto dei percorsi con cordoli, scalini e pavimentazioni (in laterizio, in pietra, in terra battuta) recuperando sempre dove possibile tipologie, materiali e dimensioni coerenti con l’impianto più antico documentato alla fine del Settecento.
Restauri e sistemazioni hanno interessato anche il recupero delle diverse opere in ferro (ringhiere parapetti e cancelli) esistenti in situ e riscontrati nella documentazione fotografica storica. Intervento modificativo, derivato da esigenze impiantistiche e di futura manutenzione, è stata la realizzazione di un nuovo allacciamento acquedottistico (situato in adiacenza all’ingresso Villa Genero). È stato realizzato per garantire, nel tempo, la portata e il corretto funzionamento della rete idraulica e delle fontane. È stata inoltre costruita una piccola vasca interrata per garantire il ricircolo dell’acqua delle fontane. L’acqua disponibile dalla sorgente è così integrata da quella proveniente dall’acquedotto comunale ed è ora soggetta a ricircolo forzato, con il lavoro di pompe sommerse. Tutto l’impianto interrato è realizzato con tubazioni in polietilene ad alta densità eccetto il sistema superficiale di scarico che utilizza il sistema a semplice caduta ancora esistente. Nelle vasche gli zampilli esistenti sono stati sostituiti con nuovi ugelli in ottone per garantire un corretto controllo dei getti dimensionati, in volume e sviluppo verticale, su esempi della tradizione tardo settecentesca. Oltre alla rete idraulica è stata installata una rete infrastrutturale interrata di cavidotti per reti elettriche, per consentire l’illuminazione della galleria di ispezione e l’alimentazione elettrica del quadro di comando e gestione delle pompe sommerse che alimentano oggi il sistema delle fontane.
Tra le opere infrastrutturali, si segnala anche la realizzazione di una rete di fognatura bianca interrata nei viali laterali che dal Giardino dei Fiori conducono al terrazzo sovrastante la Grotta del Re Selvaggio, cui sono condotte le tubazioni drenanti poste ai lati della cascatella della Naiade.
Interventi di completamento degli apparati botanici
L’aspetto scenografico dell’Asse del Belvedere è dovuto agli elementi edilizi che lo compongono, al particolare apparato decorativo e alla presenza dell’acqua, mentre la vegetazione svolge una limitata, ma significativa, funzione di arredo e di sottolineatura della composizione architettonica. Infatti i pochi elementi vegetali storicamente definibili e documentabili, sono costituiti prevalentemente da bosso in siepi e in topiarie che evidenziano, senza nasconderlo, l’insieme architettonico sia nel suo disegno planimetrico sia nella lettura prospettica.
L’approfondimento del rilievo del 1987, le tracce dei residuali apparati radicali rinvenuti nel corso degli scavi e il confronto con la documentazione fotografica storica hanno consentito di rimettere a dimora le siepi perimetrali, che con altezze e dimensioni diverse erano poste lateralmente alla cascatella della Naiade e della “Fontana del Mascherone”, delle scalette di collegamento tra i piazzali, inferiore e superiore, del Belvedere e dei viali di collegamento tra il "Giardino dei Fiori" e il terrazzo sovrastante la "Grotta del Re Selvaggio". Nel "Giardino dei Fiori" al piede dei muri di contenimento sono stati messi a dimora esemplari di peri impalcati a spalliera, affrancati alla muratura con treillages in filo di acciaio zincato e una siepe di bosso a delimitazione dei percorsi pedonali già esistenti.
Questi interventi di completamento eseguiti con fondi ministeriali, comprendono anche il ripristino delle superfici prative già predisposte nel 2000.

