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Aperti a nuove sfide

Il punto su attività e ruolo della Consulta di Torino: un’esperienza radicata nel territorio che mette professionalità e innovazione al servizio delle strategie di sviluppo.

Nel 1987 la Consulta di Torino, come è noto, inizia  il suo percorso con il restauro dell’Aula del Parlamento Subalpino in Palazzo Carignano. La forza dell’associazione cresce con il coinvolgimento costante nel tempo delle Aziende ed Enti Soci a favore dei beni culturali. L’impegno dei primi dieci anni permette di avviare un modello innovativo di collaborazione fra pubblico e privato.Durante i successivi dieci anni il modello viene consolidato e diventa un punto di riferimento per chi è impegnato a favore dei beni del patrimonio artistico e culturale.Forte di una consolidata esperienza, Consulta amplia il proprio campo di intervento con la valorizzazione e la fruizione dei beni anche attraverso la comunicazione, la formazione e la progettazione con risultati ufficialmente riconosciuti.
“Grazie alla Consulta e a un’attenzione costante da parte dei privati, enti, istituzioni e terzo settore, Torino oggi ha acquisito il profilo di una vera e propria capitale della cultura” (Ilaria Borletti Buitoni, già Sottosegretario Ministero Beni e Attività Culturali).

Oggi Consulta si sta preparando ad affrontare il futuro per superare frontiere ed aprirsi a nuove sfide. L’associazione è locale nei propri interventi, ma ha capacità progettuale e visibilità geograficamente più ampie. Torino si è riappropriata della propria identità culturale, forte di questo “rinascimento” può connettersi con l’esterno. Dalla capacità di mettersi in relazione scaturisce ogni forza generante, quest’apertura è una nuova opportunità che Consulta affronta mettendo a frutto le capacità professionali presenti nel tessuto delle imprese socie. La possibilità di realizzare queste ambizioni nasce dall’armonia presente nell’associazione, sorgente di valore per il territorio. I soci, 12 nel 1987 e circa 30 dal 1997, hanno in comune un elevato livello di eccellenza, ciascuno nel proprio campo, e un’attenta cura della qualità come elemento di successo.
In Consulta la selezione dei soci si concretizza nella loro effettiva capacità di collaborare a favore dell’arte e della cultura di Torino anche con ottica internazionale.

La presenza di Consulta nel corso del 2018 ha toccato i punti nevralgici di Torino: Venaria Reale con il  rogetto per la riproposizione della Fontana dell’Ercole, i Musei Reali con il restauro del cupolino della Cappella della Sindone e del Gabinetto del Segreto Maneggio degli Affari di Stato in Palazzo Reale, la Fondazione Torino Musei con un progetto di riqualificazione tecnologica dei percorsi di visita, Palazzo Madama con un ormai tradizionale progetto didattico, il Museo Egizio con una collaborazione a lavori sui percorsi di visita, Stupinigi con il restauro degli arredi mobili dell’Appartamento della Regina, il Santuario della Consolata con lavori di restauro nella torre campanaria, lo IED con un innovativo progetto didattico in collaborazione con i Musei Reali, il Cottolengo con la collaborazione all’allestimento di una mostra itinerante di opere realizzate dagli ospiti della Piccola Casa. Si tratta di progetti interconnessi e incastonati in una strategia di sviluppo. 

L’ambizioso progetto che Consulta, forte del sostegno di Compagnia di San Paolo e di Intesa Sanpaolo, sta realizzando a Venaria Reale per il recupero della Fontana dell’Ercole, si svilupperà fino al 2020.
La Reggia di Venaria, al centro dell’offerta culturale del Piemonte, nasce da una meravigliosa intuizione e dalla positiva collaborazione tra Istituzioni europee, nazionali, e locali con una significativa presenza dei privati. La Fontana dell’Ercole, strutturalmente al centro del complesso nel cuore dei giardini, rappresenta il completamento della Reggia, oggi patrimonio dell’umanità. Consulta si impegnerà perché lo sguardo nazionale ed internazionale possa essere coinvolto nelle diverse fasi di questa rinascita, riscoprendo un’eredità che rischiava di andare persa per sempre.
La mia gratitudine va a tutti coloro che rendono questo possibile.

Incanti del Settecento alla corte sabauda

A Palazzo Reale restaurato il Gabinetto del Segreto Maneggio degli Affari di Stato, vertice dell’arte decorativa piemontese realizzato da Juvarra e arredato da Piffetti. 

Situati al primo piano di Palazzo Reale, nell’Appartamento della Regina, gli ambienti che formano il Gabinetto del Segreto Maneggio degli Affari di Stato rappresentano una sintesi pressoché perfetta della più raffinata arte decorativa del Settecento piemontese. 

Realizzate tra il 1731 e il 1740 su commissione del re Carlo Emanuele III, le tre piccole sale (Antisala, Gabinetto da toeletta e zona del Pregadio) recano la firma dei più celebri autori operanti a Torino a quell’epoca: il progetto si deve a Filippo Juvarra, le boiseries e gli arredi lignei sono opera di Pietro Piffetti, la volta è affrescata da Claudio Francesco Beaumont sul tema de “le virtù di un  monarca”. In questo spazio di dimensioni raccolte si può quindi ammirare un compendio dello stile e del gusto che contraddistinse la corte sabauda nella prima metà del XVIII secolo.
Mai sottoposti in anni vicini a operazioni di restauro (le uniche tracce risalgono all’Ottocento) gli ambienti erano da tempo esclusi dall’itinerario di visita di Palazzo Reale, poiché necessitavano di un generale intervento di conservazione e manutenzione straordinaria. Di questo si è fatto carico la Consulta di Torino, che ha affidato la direzione dei lavori all’architetto Gianfranco Vinardi e commissionato al restauratore Gherardo Franchino le opere di pulitura e revisione strutturale su boiseries e arredi. Svoltosi tra i mesi di giugno e settembre, il cantiere ha impegnato a tempo pieno 3-4 restauratori. 

L’analisi preliminare – agevolata da un rilievo che ha definito una dettagliata mappa del degrado – ha evidenziato delle criticità soprattutto sulle boiseries in legno intagliato e dorato e sui rivestimenti parietali, costituiti da specchi contornati da cornici intagliate. Le principali situazioni da affrontare emerse erano le piccole spezzature delle cornici (rilevate sul 60% di queste decorazioni), il fissaggio delle stesse, da rivedere complessivamente considerati i piccoli e numerosi distacchi, e lo stato di ammaloramento di alcune parti lignee. Restaurati di recente, gli affreschi e le decorazioni a stucco della volta richiedevano invece una semplice operazione di pulitura.
L’approccio di base dell’intero lavoro è stato di tipo conservativo: si è sempre privilegiato il recupero della materia originale, ricostruendo esclusivamente i punti in cui l’integrazione appariva funzionale a una maggiore facilità di lettura dell’insieme. I restauratori si sono quindi concentrati sui seguenti lavori: pulitura delle superfici dipinte e dorate; revisione strutturale degli elementi in legno intagliato (con operazioni di fermatura dei distacchi, di integrazione degli intagli mancanti e di ritocco pittorico, completate poi dalla stesura di un protettivo); trattamenti antitarlo a base permetrina. 

Un capitolo a sé meritano gli arredi mobili di Pietro Piffetti, capolavori dell’ebanisteria piemontese nati per queste stanze, che proprio grazie ad essi hanno un valore assolutamente unico.
I celebri armadi a doppio corpo, il mobile da toeletta, i tavoli a muro e gli sgabelli (tutti decorati a figure e impreziositi con intarsi di legni pregiati, d’avorio e di madreperla, secondo l’inconfondibile stile dell’ebanista di corte) sono stati puliti, controllati nelle finiture e infine sottoposti a uno speciale trattamento a base di azoto, che ha garantito l’eliminazione di tarli e batteri. A questo proposito va sottolineato che Gherardo Franchino è uno dei maggiori esperti italiani nel restauro d’arte, con all’attivo importanti interventi, effettuati anche su pezzi pregiati del Quirinale. 

Nella tre sale il tema della luce non si presentava di facile soluzione: il gioco di riflessi generato da specchi e dorature è tale da richiedere una luce diffusa e quando possibile indiretta, che consenta una corretta visione dell’architettura e degli arredi, e sappia nel contempo valorizzare l’apparato decorativo della volta. Per raggiungere tale obiettivo sono stati mantenuti i punti luce esistenti, ma sostituendo però tutte le lampadine di vecchia generazione con nuovi modelli a basso consumo. Sono stati aggiunti, invece, alcuni faretti per illuminare convenientemente la coppia di sontuosi mobili a doppio corpo e il pregadio del Piffetti, elementi di particolare bellezza su cui si focalizza l’attenzione dei visitatori.

Un restauro tradizionale, con alcune novità

I fratelli Gianfranco e Carlo Vinardi sono gli architetti che hanno diretto i lavori di restauro e conservazione del Gabinetto del Segreto Maneggio degli Affari di Stato, composto da tre delicati ambienti di squisita fattura settecentesca.“L’intervento – raccontano – presentava delle peculiarità decisamente interessanti”.

Come si presentavano gli ambienti prima del restauro?

Molte boiserie e oltre metà delle cornici intagliate degli specchi erano in uno stato critico: numerosissimi i segmenti spezzati o non fissati, parecchie le parti lignee ammalorate. Si notava anche l’eccessivo uso fatto in passato di porporina (una polvere metallica utilizzata per dorare fin dall’antichità), tale da deteriorare nel tempo la doratura, specialmente nelle zone inferiori delle pareti, dove erano evidenti parti completamente annerite. Assai degradate apparivano anche le zone contigue ai serramenti, poco adatti a trattenere le infiltrazioni d’acqua.

Quali sono stati i passaggi iniziali del lavoro?

Si parte sempre da una conoscenza approfondita della situazione. Successivamente viene fatto il rilievo per tracciare la mappa dei degradi. In questo caso abbiamo eseguito un rilievo particolarmente puntuale e dettagliato, che ha focalizzato molto bene tutti i difetti. Infine, insieme agli addetti ai lavori, abbiamo individuato i mezzi e i materiali migliori per arrivare all’obiettivo prefissato.

L’intervento che cosa ha riguardato?

Siamo partiti studiando la quantità di patina che si intendevaa lasciare, e cioè il grado di pulitura a cui si voleva arrivare: in ambienti di questo genere, così riccamente decorati, è un punto fondamentale. Per questo motivo, durante ogni riunione tecnica abbiamo sempre rimesso in discussione il livello a cui era necessario fermarsi, avanzando con cautela. Il restauratore ha fatto un generale lavoro di conservazione, fissaggio e pulitura, ricostruendo solo là dove era strettamente necessario dal punto di vista estetico. Portare il restauro a una maggiore facilità di lettura, integrando qualche piccolo frammento, è una strada corretta, ma non bisogna esagerare. Nella nostra visione la ricostruzione deve essere minima e perciò facciamo sempre il possibile per mantenere la materia originale.

I restauratori hanno usato tecniche tradizionali o nuove?

In generale sono state utilizzate le classiche tecniche di restauro. L’unica novità introdotta riguarda i calchi di alcuni fregi, che sono stati fatti con la resina. E dai calchi sono stati ottenuti, grazie a sostanze anch’esse a base di resine, i fregi mancanti. In tal modo sono state colmate piccole lacune, che altrimenti avrebbero trasmesso un senso di trascuratezza all’insieme.

Gli arredi del Piffetti sono gli oggetti più pregiati di questi ambienti. Come siete intervenuti su questi capolavori di ebanisteria?

Anche i Piffetti sono stati puliti e rivisti. Anzi, è stata fatta un’operazione molto interessante per eliminare i tarli sotto vuoto, tramite azoto. Gherardo Franchino, il restauratore che ha collaborato con noi, è un vero maestro in questo tipo di trattamento. I mobili sono stati spostati nella sala adiacente e sistemati sotto un’attrezzatura speciale per tutta la durata dell’operazione, nel corso della quale tarli e batteri sono morti per mancanza di ossigeno. I mobili sono poi stati ricollocati al loro posto, dopo un’accurata inceratura del pavimento. 

Infine è stata rivista l’illuminazione, tema non facile in sale rivestite da specchi e boiserie.

Mai come in questo caso è stato difficile definire l’illuminazione. Alla fine è stata scelta una soluzione abbastanza tradizionale: poiché nel Gabinetto del Segreto Maneggio sarà consigliabile chiudere le gelosie, si è scelto di tenere gli stessi punti di illuminazione, sostituendo però le vecchie lampadine con altre di nuova generazione. In alto, invece, sono stati aggiunti dei faretti, e la volta affrescata dal Beaumont ne esce decisamente valorizzata.

Visitare il museo, un’avventura digitale

Parte da Palazzo Madama un progetto dalla forte impronta tecnologica che valorizzerà i percorsi di visita delle collezioni museali. Un format che potrebbe estendersi anche agli altri Musei Civici.

La parola d’ordine è coinvolgere. Sentinelle infallibili di quanto profondamente stiano cambiando i modi di apprendere e amare la cultura, i musei sanno bene che oggi una missione prioritaria è quella di comunicare in maniera semplice ed efficace con il pubblico, introducendolo non solo a una visita, ma dentro un’esperienza. Sono chiamati perciò a sperimentare linguaggi accattivanti e strumenti attuali, che sappiano inserire le opere del patrimonio culturale in un contesto stimolante, ricco di relazioni con il visitatore.
Parte da queste premesse un nuovo progetto elaborato dalla Consulta di Torino e dall’Associazione Amici della Fondazione Torino Musei, pensato inizialmente per rinnovare gli itinerari di visita di Palazzo Madama. Per modernizzare cioè tutto quel cruciale apparato didattico costituito da didascalie, testi e informazioni che rappresenta la “voce” con cui il Museo parla ai suoi ospiti che, dopo averne varcata la soglia, si attendono un incontro non banale con l’arte e la cultura.
Ma di che cosa si tratta concretamente? L’idea di base è quella di costruire una piattaforma digitale che, attraverso la tecnologia beacon e l’uso dello smartphone, permetta di interagire facilmente con ambienti e opere del museo, ponendo ogni visitatore al centro di un’esperienza multi-sensoriale. Una nuova dimensione che, come spiegano le linee generali del progetto “scardina il concetto di museo inteso quale spazio espositivo ed informativo, e lo inserisce in un sistema di comunicazione multilayer che lo rende accessibile in modi e tempi diversi (prima, durante e dopo la visita) e che perciò lo ricontestualizza. Proprio in questo senso, diventa importante creare effetti in grado di stimolare la curiosità, di sorprendere e di emozionare”.
Elementi di riferimento di questo inedito sistema potrebbero essere dei totem multimediali che, distribuiti in punti strategici del percorso, accompagnerebbero il visitatore nella conoscenza di vari aspetti dell’istituzione: la storia del museo, oppure le collezioni permanenti o, ancora, gli allestimenti temporanei. Una scelta che ciascuno potrà fare prima di cominciare il tour, a seconda dell’itinerario e del livello di approfondimento desiderato. L’obiettivo è quello di condurre il visitatore – italiano o straniero – lungo un percorso guidato, al termine del quale avrà ricevuto tutte le informazioni necessarie alla comprensione del museo. Affidato alle competenze tecniche di Reply, azienda socia di Consulta leader italiana nel settore del system integration e delle applicazioni di digital services, il progetto potrebbe, dopo Palazzo Madama, allargarsi in futuro alle esigenze degli altri Musei Civici torinesi, secondo un coerente piano di comunicazione territoriale.

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